
All’inizio la dieta funziona. Lisa, 23 anni, soffre di sindrome dell’intestino irritabile con stipsi e trova sollievo con un’alimentazione a basso contenuto di FODMAP. La reintroduzione degli alimenti, però, diventa difficile. Quando i sintomi peggiorano, le esclusioni aumentano, le porzioni si riducono e mangiare fuori diventa complicato. Compaiono perdita di peso e riduzione delle riserve di ferro. Il caso, presentato da Amanda Blomsten, ricercatrice presso la Neurogastro Unit dell’University of Gothenburg, alla UEG Week 2026, in corso a Barcellona dal 17 al 20 ottobre, pone una domanda centrale: quando l’adattamento alimentare diventa parte del problema?
La sessione Eating disorders and unexplained weight loss ha esplorato questo confine nei disturbi dell’interazione intestino-cervello, come intestino irritabile e dispepsia funzionale. “La restrizione è un continuum e il follow-up è fondamentale. Bisogna chiedersi che cosa la determina, perché questo cambia la gestione e l’invio del paziente”, ha sottolineato Blomsten. Nel caso di Lisa, il supporto dietetico e psicologico ha permesso di ampliare l’alimentazione e recuperare peso, pur in presenza di sintomi persistenti.
Evitare un alimento associato al dolore è una risposta comprensibile. Il rischio emerge quando la paura anticipatoria estende progressivamente le esclusioni, anche senza un beneficio evidente. In alcuni pazienti questo comportamento può configurare un disturbo evitante/restrittivo dell’assunzione di cibo, o ARFID: la limitazione alimentare non è guidata da preoccupazioni per peso o forma corporea, ma può dipendere da scarso interesse per il cibo, sensibilità sensoriale o timore di conseguenze avverse, come dolore e vomito.
Per la diagnosi devono esserci conseguenze nutrizionali o una significativa compromissione psicosociale. In presenza di una patologia gastrointestinale, la restrizione deve eccedere quanto abitualmente associato a quella condizione. La perdita di peso è quindi un segnale importante, ma non è indispensabile per riconoscere il disturbo.
Chloé Melchior, Rouen University Hospital, ha richiamato la cautela nell’interpretare gli screening: “I questionari sono utili, ma possono sovrastimare la prevalenza in questa popolazione. Se lo screening è positivo, occorre una valutazione clinica da parte di un professionista formato”. Domande sulla difficoltà a completare un pasto possono infatti intercettare anche la sazietà precoce della dispepsia, senza identificare necessariamente un disturbo alimentare.
Per il gastroenterologo, la valutazione deve esplorare quantità e varietà degli alimenti, motivazioni delle rinunce, andamento ponderale e conseguenze sociali. Il calo di peso richiede comunque un appropriato inquadramento clinico, evitando di attribuirlo automaticamente alla restrizione. Prima di proporre ulteriori esclusioni, occorre considerare il rischio nutrizionale e la presenza di comportamenti alimentari problematici.
L’American Gastroenterological Association indica i pazienti con disturbi alimentari o a rischio di malnutrizione tra i candidati poco adatti alle diete restrittive; per la low-FODMAP, la fase di restrizione deve durare non oltre 4–6 settimane, seguita da reintroduzione e personalizzazione (1).
“Una dieta di eliminazione è un intervento comportamentale con un profilo di rischio. La reintroduzione deve essere strutturata, puntando alla minima restrizione che continui a funzionare”, ha spiegato Ines Trindade, psicologa dell’University of Örebro. Il percorso integra gastroenterologo, dietista e psicologo, con interventi proporzionati alla gravità. La terapia cognitivo-comportamentale basata sull’esposizione agli alimenti evitati ha mostrato risultati preliminari incoraggianti, ma in studi di piccole dimensioni che richiedono conferme controllate (2).
L’obiettivo clinico comprende così, oltre al controllo dei sintomi, il recupero di un’alimentazione adeguata e flessibile. Peso, stato nutrizionale e libertà di partecipare alla vita quotidiana diventano misure essenziali dell’esito delle cure.
Bibliografia
1. Chey WD, Hashash JG, Manning L, et al. AGA Clinical Practice Update on the Role of Diet in Irritable Bowel Syndrome: Expert Review. Gastroenterology 2022;162(6):1737-45.e5. Doi: 10.1053/j.gastro.2021.12.248.
2. Burton Murray H, Weeks I, Becker KR, et al. Development of a brief cognitive-behavioral treatment for avoidant/restrictive food intake disorder in the context of disorders of gut-brain interaction: Initial feasibility, acceptability, and clinical outcomes. Int J Eat Disord 2023;56(3):616-27.Doi: 10.1002/eat.23874.





