Si stima che in Europa oltre tre milioni di persone convivano con una malattia infiammatoria cronica intestinale (MICI). Le ripercussioni vanno oltre la sfera fisica e investono il benessere psicologico, la capacità lavorativa e la vita sociale. Quando la malattia non è controllata il carico cresce: aumentano ospedalizzazioni e interventi chirurgici, cala la produttività, cresce il ricorso all’assistenza informale. Anche per questo la durata della risposta è diventata un criterio centrale nella valutazione delle terapie avanzate.
Su questo aspetto si concentrano i dati a tre anni dell’estensione a lungo termine degli studi GALAXI 2 e 3 con guselkumab nella malattia di Crohn da moderata a severa, illustrati da Silvio Danese (Università Vita-Salute San Raffaele) nel corso del media event organizzato da Johnson&Johnson a Barcellona, in occasione della UEG Week 2026. Si tratta di studi di fase 3 con disegno treat-through, che permette di seguire i pazienti dalla prima somministrazione fino a tre anni, oltre la consueta finestra di un anno dei trial registrativi. Gli endpoint comprendono la remissione clinica valutata con il CDAI (Crohn’s Disease Activity Index), la remissione libera da corticosteroidi, la risposta endoscopica (miglioramento di almeno il 50% rispetto al basale) e la remissione endoscopica. Comprendono inoltre la remissione profonda, definita come combinazione di remissione clinica ed endoscopica.
Secondo quanto presentato da Danese, i tassi di remissione clinica osservati a un anno si sono mantenuti per tutto il periodo di estensione con entrambi i dosaggi di mantenimento, e un andamento analogo ha riguardato gli esiti endoscopici. La maggior parte dei pazienti in remissione non ha assunto corticosteroidi durante l’osservazione. L’efficacia è risultata coerente indipendentemente dalla precedente esposizione a terapie avanzate e il profilo di sicurezza è rimasto in linea con quello noto, senza nuovi segnali. Per costruzione, questi riguardano solo i pazienti rimasti in trattamento e non equivalgono a una stima sull’intera popolazione arruolata. Per Danese, la valutazione congiunta di esiti clinici ed endoscopici riflette obiettivi terapeutici sempre più ambiziosi. A suo giudizio, una remissione stabile con somministrazioni ogni otto settimane può consentire ai pazienti una vita meno condizionata dalla malattia.
Il secondo tema riguarda la via di somministrazione dell’induzione. Nei GALAXI l’induzione era endovenosa, seguita da mantenimento sottocutaneo, mentre lo studio di fase 3 GRAVITI ha valutato induzione e mantenimento entrambi per via sottocutanea. Secondo Danese, disporre di due vie con la stessa efficacia e lo stesso profilo di sicurezza lascia a medico e paziente la flessibilità di scegliere, perché alcuni pazienti preferiranno l’infusione e altri l’iniezione. Va precisato che l’equivalenza nasce dal confronto tra studi distinti e non da un confronto diretto randomizzato. GRAVITI ha infatti confrontato guselkumab sottocutaneo con placebo, con risultati giudicati complessivamente simili a quelli dei GALAXI.
A margine del media event, Stefan Schubert (Bayerischen Platz di Berlino, Germany) ha presentato la prima analisi ad interim di GORGEOUS, studio osservazionale prospettico condotto in 65 centri in Germania su pazienti con malattia infiammatoria cronica intestinale trattati con guselkumab nella pratica clinica. Ogni giorno, tramite un diario elettronico, i pazienti registrano frequenza delle evacuazioni, feci liquide, evacuazioni notturne, sanguinamento e dolore. Nelle prime settimane dopo l’avvio della terapia è stato riportato un miglioramento in tutte le dimensioni registrate. Le variazioni sono comparse già nella prima settimana e la riduzione della frequenza delle evacuazioni, anche notturne, è proseguita nel periodo di osservazione.
Schubert ha esplicitato i limiti dell’analisi. Si tratta di dati descrittivi, senza gruppo di confronto, in una popolazione eterogenea per attività di malattia e storia terapeutica. I sintomi riferiti non sostituiscono le misure oggettive di infiammazione e, per alcuni parametri, i valori basali bassi impongono di leggere le variazioni assolute nel contesto. Il dato non consente quindi di attribuire l’effetto al trattamento né di confrontare opzioni diverse.
Secondo gli speaker, gli studi condotti nella pratica clinica completano quelli controllati perché includono popolazioni, come i pazienti anziani o con storia oncologica, generalmente escluse dai trial. Un follow-up più lungo e l’inclusione di esiti oggettivi saranno necessari per capire se il miglioramento sintomatico precoce si traduca in un controllo duraturo della malattia.





