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Terapie biologiche per la colite ulcerosa e malattia di Crohn: un confronto nel mondo reale

Redazione By 21 Febbraio 2024Maggio 2nd, 2024No Comments
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Colite Crohn terapie

Sono stati pubblicati sul Journal of Crohn and Colitis i risultati di uno studio che ha messo a confronto, utilizzando dati del mondo reale, l’efficacia delle diverse terapie biologiche e sequenze disponibili per il trattamento dei pazienti affetti da colite ulcerosa o malattia di Crohn (1).

A partire dagli anni ’90 la disponibilità degli agenti inibitori del fattore di necrosi tumorale (anti-TNF) ha migliorato notevolmente gli esiti clinici nel contesto della malattia infiammatoria intestinale moderata o grave. Tuttavia molti pazienti non rispondono a questi trattamenti, o perdono risposta nel tempo, e altri sono intolleranti o sperimentano effetti collaterali come infezioni del tratto respiratorio, cefalea, vomito o nausea.

Nell’ultimo decennio, quindi, sono stati autorizzati altri farmaci biologici e molecole con differenti meccanismi d’azione, offrendo opzioni alternative sia in prima linea di trattamento che nelle linee successive. Tuttavia, fino a questa analisi non erano disponibili dati comparativi tra l’efficacia dei diversi approcci nel mondo reale.

Nello studio pubblicato sul Journal of Crohn and Colitis sono stati quindi analizzati i dati demografici e relativi a patologie, trattamenti e outcome di salute di 13.222 pazienti con infiammazione intestinale, provenienti da 106 ospedali e inclusi nel database IBD BioResource del Regno Unito.

L’efficacia del trattamento biologico – infliximab, adalimumab, golimumab (solo per pazienti con colite ulcerosa), vedolizumab, ustekinumab (solo per pazienti con morbo di Crohn, a causa delle restrizioni attive per la maggior parte del periodo di arruolamento) – è stata valutata in base alla persistenza dei pazienti in terapia senza interruzioni o fallimenti della stessa.

Nel contesto della colite ulcerosa, l’impiego di vedolizumab in prima linea è risultato associato a un’efficacia superiore, in un periodo di 5 anni, rispetto agli agenti anti-TNF (p = 0,006). Ma in questo setting vedolizumab è risultato superiore, sia a infliximab che ad adalimumab, anche dopo un loro fallimento (p < 0,001 e p < 0,001). I trattamenti con anti-TNF hanno mostrato un’efficacia simile tra loro, sia in prima linea di trattamento di prima linea che dopo un fallimento di vedolizumab.

Nell’ambito del morbo di Crohn, invece, nel corso di 10 anni sono emerse differenze significative tra i trattamenti anti-TNF in prima linea (p = 0,045), con un’efficacia superiore di infliximab rispetto ad adalimumab nella malattia perianale. Dopo il fallimento del primo trattamento anti-TNF, invece, i farmaci biologici non anti-TNF sono risultati superiori a un secondo anti-TNF (p = 0,035).

In generale, dopo un fallimento dell’anti-TNF in prima linea, i pazienti con entrambe le forme di malattia infiammatoria intestinale sono risultati associati a esiti migliori passando, in seconda linea, a un biologico non anti-TNF piuttosto che a un secondo anti-TNF.

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Bibliografia

1. Kapizioni C, Desoki R, Lam D et al. Biologic therapy for inflammatory bowel disease: Real-world comparative effectiveness and impact of drug sequencing in 13 222 patients within the UK IBD BioResource. J Crohn’s Colitis 2023; jjad203: https://doi.org/10.1093/ecco-jcc/jjad203](https://doi.org/10.1093/ecco-jcc/jjad203.