Microplastiche e microbiota intestinale: il primo studio su campioni umani rivela alterazioni potenzialmente patologiche

A cura di Luciano De Fiore By 7 Ottobre 2025No Comments
Dai congressiNews
microplastiche microbiota

Le microplastiche minacciano la salute: dall’infertilità alle malattie cardiovascolari. Di recente, la questione è approdata anche in prima serata TV grazie a PresaDiretta che ha dato conto di nuove, pionieristiche ricerche del Policlinico di Napoli e dell’Università Vanvitelli che evidenziano la presenza sempre più invasiva di microplastiche negli organi e nei tessuti umani e il loro possibile ruolo nello sviluppo di varie patologie.

In questi stessi giorni è stata presentata una ricerca nel corso della UEG Week 2025, condotta nell’ambito del progetto microONE, un’iniziativa internazionale coordinata dal centro di ricerca austriaco CBmed. Ebbene, lo studio conferma che le microplastiche possono modificare in modo significativo la composizione e l’attività metabolica del microbiota intestinale umano, producendo alterazioni simili a quelle riscontrate in alcune condizioni patologiche, tra cui depressione e carcinoma colorettale.

Lo studio rappresenta uno dei primi tentativi di osservare direttamente, su campioni di origine umana, come diversi tipi di microplastiche interagiscano con le comunità microbiche intestinali. I ricercatori hanno utilizzato campioni fecali di cinque volontari sani per coltivare ex vivo il microbioma intestinale, successivamente esposto a cinque tipi comuni di microplastiche: polistirene, polipropilene, polietilene a bassa densità, polimetilmetacrilato e polietilene tereftalato. Le concentrazioni impiegate rispecchiavano i livelli di esposizione umana stimati, con l’aggiunta di dosi più elevate per valutare eventuali effetti dose-dipendenti.

Pur non rilevando variazioni significative nel numero totale di cellule batteriche vive, i ricercatori hanno osservato una marcata acidificazione del terreno di coltura (riduzione del pH) nei campioni trattati con microplastiche rispetto ai controlli, segno di un cambiamento nell’attività metabolica microbica. L’analisi metagenomica ha inoltre evidenziato spostamenti nella composizione batterica, specifici per ciascun tipo di microplastica, che hanno coinvolto famiglie come Lachnospiraceae, Oscillospiraceae, Enterobacteriaceae e Ruminococcaceae, in gran parte appartenenti al phylum Bacillota, fondamentale per la digestione e l’equilibrio intestinale.

Le alterazioni compositive si accompagnavano a variazioni nella produzione di metaboliti batterici, tra cui acido valerico, acido 5-aminopentanoico, lisina e acido lattico. Questi cambiamenti metabolici, correlati alla riduzione del pH, suggeriscono che le microplastiche possano indurre stress metabolico e modificare la fisiologia microbica. In alcuni casi, i pattern di alterazione ricordavano quelli già associati nella letteratura scientifica a disturbi dell’umore e tumori del colon-retto, suggerendo un possibile legame tra esposizione cronica a microplastiche e rischio di malattia.

Il primo autore, Christian Pacher-Deutsch (Medical University – Graz, Austria), ha spiegato che i meccanismi di queste interazioni restano da chiarire, ma alcune ipotesi appaiono verosimili: “Le microplastiche possono modificare l’ambiente microbico creando nicchie fisiche o chimiche favorevoli ad alcune specie batteriche. La formazione di biofilm sulle loro superfici offre nuovi habitat che certi microbi colonizzano più rapidamente. Inoltre, le sostanze chimiche adsorbite sulle particelle possono influenzare direttamente il metabolismo batterico, alterando la produzione di acidi e quindi il pH intestinale”.

Secondo Pacher-Deutsch, le implicazioni di questi risultati sono tutt’altro che marginali: “Le microplastiche sono ormai ubiquitarie — presenti in pesce, sale, acqua imbottigliata e persino nell’acqua del rubinetto — e la popolazione ne è esposta quotidianamente per ingestione, inalazione o contatto cutaneo. I nostri dati dimostrano che esse hanno un impatto misurabile sul microbioma umano. È presto per trarre conclusioni cliniche definitive, ma sappiamo che il microbioma gioca un ruolo cruciale nel benessere generale, dalla digestione alla salute mentale. Ridurre l’esposizione alle microplastiche, laddove possibile, è quindi una misura di precauzione sensata e necessaria”.

Questo studio apre una nuova frontiera nella ricerca sulla tossicologia ambientale e sul ruolo del microbiota come mediatore degli effetti sistemici delle sostanze inquinanti. Ulteriori indagini su campioni più ampi e su popolazioni esposte cronicamente saranno essenziali per comprendere appieno le conseguenze cliniche dell’accumulo di microplastiche nell’organismo umano.