
Diagnosticare la celiachia nei bambini attraverso un esame del sangue anziché con la tradizionale biopsia intestinale comporterebbe una impronta carbonica, cioè un’emissione di CO2, quasi sette volte inferiore.
Questo è il risultato di uno studio condotto da un gruppo di ricercatori dell’Università di Perugia, afferenti alla Società Italiana di Gastroenterologia, Epatologia e Nutrizione Pediatrica (SIGENP), che potrebbe aver mostrato un miglioramento nella diagnosi della celiachia non solo per la salute dei piccoli pazienti, ma anche per la salvaguardia dell’ambiente.
I dati, presentati a Catania durante i “Research Days SIGENP”, hanno rivelato che la procedura basata sul test del sangue emette 57,2 kg di CO2 per paziente all’anno contro i 397,9 kg prodotti dalla biopsia tradizionale. Lo studio, condotto su un campione di 236 bambini, ha quantificato l’impatto ambientale delle due procedure, considerando sia le emissioni dirette delle tecniche diagnostiche sia quelle legate ai trasporti dei pazienti.
“La tecnica di laboratorio richiede due semplici prelievi di sangue per rilevare anticorpi specifici, anti-transglutaminasi e antiendomisio, evitando in molti casi la necessità di una biopsia intestinale in anestesia generale” ha spiegato Francesco Valitutti, ricercatore dell’Università di Perugia che ha coordinato lo studio. “Per ora è applicabile a circa due terzi dei pazienti con celiachia, ma siamo fiduciosi che possa essere estesa a un numero ancora maggiore in futuro”.
Il metodo tradizionale per diagnosticare la celiachia nei bambini, che prevede una biopsia eseguita durante un’endoscopia sotto anestesia, ha un’impronta ambientale di circa 27,4 kg di CO2. Il valore è stato calcolato sommando l’impatto della procedura anestesiologica (22 kg di CO2) e quello dell’endoscopia gastrointestinale superiore (5,4 kg di CO2). Al contrario, l’esame del sangue produce appena 0,1–0,15 kg di CO2 per campione. Si tratta dunque di un metodo più sostenibile e meno invasivo.
“Lo studio rappresenta un esempio concreto di come la medicina possa contribuire alla salute globale, riducendo l’impatto ambientale delle pratiche cliniche”, ha sottolineato Claudio Romano, presidente SIGENP. “È tempo di prendere consapevolezza del fatto che il sistema sanitario, con le sue lavorazioni e lo smaltimento dei materiali, è responsabile del 4,6% delle emissioni di gas serra. Dobbiamo lavorare per ridurre questa impronta”.





